Le contraddizioni della peer review

Da Universitas 135 [vai al sito]

Nel villaggio globale, la conoscenza non sembra più essere considerata un valore assoluto e la parola di chi detiene le competenze tende a sfumare in uno dei tanti pareri. Rispetto a questa equivalenza delle opinioni, recentemente oggetto di diverse analisi, appare particolarmente problematica la capacità dei mass media, in special modo 2.0, di abbattere quasi la distinzione tra fonti e destinatari dei messaggi, nonché quella tra consenso, ragione e verità. In discussione non sono certo la relativa correttezza e la grande comodità delle informazioni disponibili on line, ma la presunzione che esse bastino a fornire una cultura neutrale e a formare una cittadinanza consapevole. Come, però, correggere un sistema multimediale che in fondo interpreta il principio democratico secondo cui la quantità conta più della competenza, persino nelle scelte che coinvolgono la collettività? «La scienza non è democratica», concludeva provocatoriamente, qualche tempo fa, un titolo de Le Scienze. La questione non è se Internet ci rende stupidi?, inducendo il cosiddetto «effetto Dunning-Kruger», né ignorare il contributo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione alla produzione e diffusione della conoscenza. Come scrive Giulio Giorello, «proprio la Rete potrebbe essere uno dei luoghi della comunicazione fra amministrazione, politica, industria, da una parte, e mondo tecnico-scientifico, dall’altra». Che grazie a Internet si vada anzi affermando una scienza low cost lo fanno pensare diversi casi: dalla garage biology al quindicenne americano Jack Andraka che, partendo da parole chiave come recettori e proteine tumorali, ha ottenuto le informazioni per un test del cancro al pancreas.

La scienza, già dal 1600, ha abbattuto il «paradigma della segretezza», come scrive Paolo Rossi. Ma negli ambiti specialistici, perché una tesi venga considerata, è necessario che chi la sostiene dimostri ai colleghi suoi pari e giudici il rigore del metodo seguito per assumerla. Un sistema, quello della peer review, niente affatto esente da limiti e critiche. Un dossier dell’Economist intitolato How science goes wrong già alcuni anni fa accusava le riviste scientifiche di privilegiare le scoperte più eclatanti mediaticamente, gli scienziati di pubblicare articoli poco accurati per ottenere fondi o per carrierismo e i colleghi chiamati a eseguirne la revisione di non essere sempre all’altezza. Un comitato di editor, il San Francisco Dora (Declaration of Research Assessment), ha avviato una riflessione sull’Impact Factor (If) della Thompson Isi in base a cui si determina il valore di un articolo. Randy W. Schekman, premio Nobel 2013 per la Medicina, ha puntato il dito contro Nature, Cell e Science, parlando di «una selezione dei paper totalmente artificiale […] interessi di marketing […] una vera e propria tirannia». Robert K. Merton chiama «effetto San Matteo» la tendenza a privilegiare gli autori già affermati nelle pubblicazioni e nei finanziamenti. Persino quando si selezionano gli abstract dei lavori di un congresso, ammette Giuseppe Remuzzi dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, «si sceglie […] guardando all’autore o al posto da cui provengono; quelli di Boston o delle grandi Università degli Stati Uniti (Harvard, Stanford e Yale per esempio) e quelli di Oxford o di Cambridge».

Un catalogo di frodi ed errori in buona fede sfuggiti al sistema è stato raccolto da Silvano Fuso ne La falsa scienza. Si pensi alle ricerche su cellule staminali e clonazione umana uscite su Science del coreano Hwang Woosuk, People Who Mattered di Time e poi condannato per frode e appropriazione indebita. A Jan Hendrik Schön dei Bell-Labs statunitensi, giunto a sfiorare il Nobel, che ha ispirato un romanzo di Gianfranco D’Anna emblematicamente titolato Il falsario. Nel già citato Parola di scienziato ricordiamo quanto è accaduto a Nature con la cosiddetta memoria dell’acqua e la pubblicazione poi ritrattata di Andrew Wakefield da cui nacque la fola del nesso tra vaccinazioni e insorgenza dell’autismo. Considerato come la notorietà pubblica dei ricercatori incida nell’acquisizione di risorse e sostegno politico-istituzionale, c’è da chiedersi che ruolo giochino la bolla informativa prodotta dal web, l’assottigliamento dei confini tra stampa specializzata e divulgativa e, più nello specifico, l’accesso aperto.

La questione è complessa intanto per le sue dimensioni. Nel mondo si calcola che siano attualmente impegnate nella ricerca circa sette milioni di persone, grazie soprattutto al contributo dei paesi in via di sviluppo. Solo in Italia, secondo i dati Istat, il numero dei ricercatori è più che raddoppiato, dai 46.999 del 1980 ai 106.151 del 2011. Secondo l’International Association of Scientific, Technical and Medical Publishers, escono 28.100 riviste specializzate, per un totale di circa 1.800.000 articoli annui, cifra in crescita: «Un sovraccarico in cui diventa arduo distinguere cosa sia più rilevante. Una quantità ingestibile e dannosa, che complica anziché arricchire la conoscenza degli esperti» scrive Luciano Celi in Scienza, ci si può fidare?. Lo confermano lo studio Sull’impossibilità di essere esperto pubblicato dall’Università di Cardiff e quello, svolto di recente da università californiane e finlandesi, secondo cui, all’aumentare degli studi scientifici, corrisponde un crollo della capacità dei ricercatori di leggerli ed assimilarli. Di conseguenza anche il valore in termine di citazioni che gli studi ricevono è destinato a decrescere. Secondo la Raccomandazione del 2012 della Commissione Europea «i dati di ricerca prodotti nell’ambito di attività di ricerca finanziate con fondi pubblici» devono essere «pubblicamente accessibili, utilizzabili e riutilizzabili», così da far circolare la conoscenza scientifica per produrre ricchezza e accrescere il benessere.

Ma il decollo del modello scientifico ad accesso aperto, tramite la gold road delle riviste e la green road degli archivi disponibili on line gratuitamente, sull’onda lunga delle Bbb definition of Open Access, è la risposta ai punti deboli dell’attuale sistema? Anche qui, secondo un test condotto da Science, i dati non sono confortanti: il ricercatore e giornalista John Bohan non ha redatto un articolo civetta infarcito di errori, il quale è stato accettato da 157 riviste Open Access sulle 304 a cui è stato proposto. «L’accesso aperto si è diffuso con l’avvento di riviste di qualità, basate sulla revisione inter pares, come quelle pubblicate dalla Public Library of Science», osserva Gina Kolata del New York Times. «Ma i ricercatori ora lanciano l’allarme sulla proliferazione di riviste online, disposte a pubblicare a pagamento qualsiasi cosa: per i non addetti ai lavori diventa difficile distinguere quelle credibili dalla spazzatura». Se un tempo il ricercatore comunicava i propri risultati solo alla comunità scientifica, con l’esplosione dei media digitali tutti i pubblici possono accedere a lavori in progress prima della validazione e pubblicazione. ObservaScience in society ha chiesto agli italiani cosa ne pensino, rilevando «un atteggiamento abbastanza tradizionale»: ritiene che un risultato vada divulgato solo se controllato da altri scienziati più del 60%, in particolare, laureati e soggetti più alfabetizzati sul piano scientifico; un intervistato su cinque, tendenzialmente i frequentatori di siti e blog, approva che i prodotti scientifici siano pubblicati senza alcun filtro. Solo il 16% ritiene opportuno un intervento «di altre istituzioni nel caso in cui un risultato scientifico esponga a potenziali rischi per la sicurezza».

Marco Ferrazzoli

Versione completa con note al testo [Ferrazzoli_Le contraddizioni della peer review]

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Recensioni: Quotidiano sanità

Se il dibattito scientifico diventa un ring mediatico

“Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione” è il nuovo libro di Marco Ferrazzoli e Francesca Dragotto. Sotto la lente i casi più recenti di dibattito scientifico trasformato in ring mediatico. Dalla ‘sperimentazione animale’ all’omeopatia, dai vaccini alla vicenda Stamina.

Recensione pubblicata su Quotidiano Sanità [vai] e su Il Farmacista Online [vai]

Un tempo, lo scienziato era riconosciuto come un’autorità verso la quale mostrare un atteggiamento di rispetto o addirittura di sottomissione. Oggi, questa attitudine viene frequentemente ribaltata, lasciando spazio ad un’orizzontalità del sapere nella quale l’opinione di ogni membro della società ha spesso un peso simile.

Questo è il filo conduttore del libro “Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione” (UniversItalia Editrice, € 14), testo divulgativo curato da Marco Ferrazzoli, Giornalista e Capo Ufficio Stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), e Francesca Dragotto, Ricercatrice e Professoressa aggregata di Glottologia e linguistica all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Numerosi contributi sono stati realizzati da comunicatori e giornalisti scientifici; in tali contributi viene effettuata un’analisi di alcuni dei più discussi casi di cronaca scientifica e medica, protagonisti di ampi dibattiti mediatici: dalla vicenda Stamina alla sperimentazione animale, dal tema ‘efficacia dell’omeopatia’ all’alimentazione, dai vaccini fino all’affidabilità del peer review. Altri capitoli riguardano inoltre il caso del terremoto dell’Aquila, il bosone di Higgs e il global warming.

Ripercorrendo queste vicende, il libro “Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione” può fornire uno strumento per aiutare il lettore ad approfondire temi ai quali si è soltanto avvicinato e favorire la sua riflessione.

Proprio grazie all’ampia diffusione su giornali, televisione e radio, questi argomenti sono riusciti ad attrarre l’attenzione sia della comunità scientifica e di chi afferisce ad essa sia del pubblico più generale. Le tematiche affrontate sono state talvolta oggetto di lotte politiche e sociali che hanno visto la contrapposizione di due ‘fazioni’: la presenza di tali schieramenti e la difficoltà di comprendere quanto le relative posizioni siano affidabili dal punto di vista scientifico testimonia questa ‘equivalenza dei pareri’, per la quale alle opinioni più accreditate non corrisponde necessariamente il rigore proprio di una tesi scientifica.

Un esempio di forte contrapposizione tra due schieramenti opposti si è verificato nel caso di Stamina, una controversa vicenda (raccontata da Gianluca Viscogliosi), che per più di un anno ha intrecciato politica, mezzi di comunicazione e pubblico generale: in questo periodo di tempo, i media e la politica hanno talvolta alimentato la confusione sulla validità del Metodo omonimo. Il clamore deriva anche dalla delicatezza del tema affrontato, che ha come veri protagonisti i malati e le loro famiglie, comprensibilmente spinti dalla speranza di poter trovare una cura.

Un altro esempio di lotta tra ‘fazioni’ opposte è rappresentato dal caso ‘sperimentazione animale’ – trattato dall’autrice Isabella Cioffi-, che negli ultimi anni è stato ampiamente seguito dai mezzi di comunicazione: dall’assalto da parte degli animalisti allo Stabulario del Dipartimento di Farmacologia della Statale di Milano, all’avvento delle modifiche della Direttiva UE in materia, a maggiore tutela degli animali, avversate dai ricercatori e richieste dagli animalisti, fino al caso di Caterina Simonsen, giovane affetta da quattro malattie rare, che diventa nota mediaticamente anche grazie ai messaggi lanciati in rete a favore dei test in vivo.

Ulteriore dibattito molto acceso è quello sui vaccini, talvolta ritenuti responsabili di danni irreversibili per la salute (tra cui l’insorgenza di disturbi come l’autismo). Il caso ha inizio nel 1998 con la pubblicazione, sulla rivista the Lancet, di un articolo dell’allora medico britannico Andrew Wakefield. Il capitolo a firma di Alessia Bulla indaga sull’evoluzione di questa storia dai suoi albori fino ad oggi, soffermandosi su quanto la comunicazione, scientifica e non, sia risultata talvolta contrastante e non del tutto chiara in merito.

Il libro si conclude con un capitolo, realizzato da Luciano Celi, dedicato al meccanismo della peer-review, l’efficace strumento di ‘revisione tra pari’ applicato agli studi scientifici. Dato l’ampio incremento di riviste – non sempre e non del tutto affidabili – , in alcuni casi tale strumento ha mostrato in maniera evidente i propri limiti.