Dalla torre d’avorio a quella di Babele. La comunicazione della scienza

Pubblicato sul sito webo dell’Associazione Italiana del Libro [vai]

di Nicoletta Guaragnella

I mass media, negli ultimi tempi, ci forniscono di continuo spunti di riflessione sul tema del controverso rapporto tra ricerca scientifica, comunicazione e decisioni politiche: dal calo dei vaccini alla carne “cancerogena”, dall’autorizzazione ai “novel food” alle scelte nazionali e comunitarie sugli OGM. Una serie di casi che in qualche modo hanno fatto storia – o, meglio, una cronaca spesso imperfetta – sono affrontati nel libro “Parola di Scienziato. La conoscenza ridotta a opinione” a cura di Marco Ferrazzoli e Francesca Dragotto (Universitalia): vaccini, biologico, sperimentazione animale, terremoto dell’Aquila, Lhc, global warming, omeopatia, Stamina. Gli autori conducono un’analisi puntuale e sfaccettata sul tema, centrale, della crisi della conoscenza in generale e della scienza in particolare: crisi di contenuti, soggetti e ruoli legati al mondo della ricerca, evidenziando pratiche sbagliate e soluzioni possibili.

Il messaggio è chiaro: oggi gli scienziati non sono più da soli, ma si confrontano con un pubblico variegato composto da decisori politici, finanziatori pubblici e privati, cittadini, divisi tra lettori, spettatori e surfers del web. In questa cornice di soggetti coinvolti, il ruolo di volano e amplificatore svolto dai mezzi di comunicazione e in particolare dai giornalisti diventa essenziale. Da queste premesse emerge la necessità di realizzare un dialogo sinergico tra i soggetti coinvolti, che coniughi correttezza, concisione e chiarezza. Pratica non sempre facile, a causa di responsabilità che vanno spartite equamente tra mass media, pubblico e comunità scientifica, stakeholder differenti per impostazioni culturali, linguaggio e approccio.

Nel libro – che sarà presentato il prossimo primo dicembre presso l’Area della ricerca CNR di Bari – si riportano alcuni esempi negativi ma anche positivi: dal Bosone di Higgs che, nonostante la complessità della fisica delle particelle, ha ottenuto un importante successo popolare, comparendo tra le notizie recenti più interessanti indicate da alcuni giornalisti scientifici nell’anno 2012, fino al rischio “non calcolato” del terremoto dell’Aquila, conclusosi in primo grado con la clamorosa condanna per omicidio colposo plurimo dei tecnici e scienziati membri della Commissione Grandi Rischi. A dare la copertina al volume, con una tag cloud di Davide Vannoni, il cosiddetto metodo Stamina, caso in cui la forte componente emotiva ha prevalso sulle ragioni scientifiche, riuscendo ad influenzare in modo clamoroso l’opinione pubblica.

In tutti i casi, la difficoltà è sfuggire al paradigma della notizia che “guida” l’informazione scientifica. La necessità di trasformare ogni scoperta in applicazione fruibile e immediata spendibile mediaticamente presso il grande pubblico ha inevitabilmente favorito le pratiche di deformazione dei contenuti scientifici e amplificato i vizi della comunicazione. Se la ricerca scientifica è un processo contrassegnato dal ragionamento e dal confronto, la cronaca giornalistica punta sul sensazionalismo o sullo scoop, che in ambito scientifico resta una rarità. Con queste considerazioni, gli autori non intendono redarguire la stampa, né tantomeno sostenere il pregiudizio per il quale è sempre colpa dei giornali, piuttosto precisano: “Bisogna distinguere – come chiarisce Ferrazzoli nell’ introduzione – tra la generica comunicazione e l’informazione, cioè la trasmissione mediatica di qualunque contenuto, in esponenziale amplificazione dopo il Web 2.0, e la parte riservata ai professionisti, che versa in una crisi conclamata. Al progressivo assorbimento della seconda nella prima, i giornalisti dovrebbero rispondere giustificando la propria specificità con la qualificazione professionale, che, spesso, non è adeguata”.

Cosa è accaduto? Dai tempi in cui si parlava di “verità” scientifica, univoca, oggettiva e tale, per usare la definizione di Galileo Galilei, in quanto verificabile e dimostrabile? In passato e fino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, nell’immaginario collettivo, lo scienziato è stato il depositario di certezze inconfutabili derivate da un’attenta e onesta osservazione, sperimentazione e interpretazione della natura. Rispetto, credibilità e fiducia da parte dell’intera collettività nei confronti dei ricercatori erano tassative e nessuno si sarebbe permesso di entrare nel merito della elaborazione di teorie e scoperte. Proprio in ragione della netta separazione tra gente comune e studiosi, anzi, questi ultimi si sono concessi per lungo tempo il privilegio di rimanere isolati in una turris eburnea, riducendo al minimo scambio e interazioni con la massa. A distanza di 50 anni, lo scenario e i suoi attori appaiono cambiati in maniera significativa: più che d’avorio la torre è diventata di Babele, popolata da una moltitudine di nuovi interlocutori, tra loro diversi che il più delle volte non parlano la stessa lingua; alle leggi della natura che governavano gli scienziati si sono aggiunti i mezzi di comunicazione e i giudizi critici della gente; le ragioni che muovono la ricerca spesso si perdono tra interpretazioni sbagliate o esemplificazioni eccessive, scontrandosi con l’ignoranza diffusa e generando conflitti; la conoscenza, considerata un valore intangibile, e la parola dell’intellettuale rischiano di essere ridotti in mere opinioni e pareri.

“Così è (se vi pare)”, potremmo dire ricordando la trama della celebre opera teatrale di Luigi Pirandello, in cui l’autore affronta il tema dell’inconoscibilità del reale. Una famiglia miracolosamente scampata al terremoto della Marsica si trasferisce in una cittadina di provincia e diventa oggetto di interesse e discussioni. Ognuno degli abitanti del paese costruisce una storia e la condivide con gli altri, ritenendola vera. È inutile affannarsi alla ricerca di una verità assoluta, che non esiste, e lo è altrettanto tentare di dipanare il groviglio delle molteplici verità esistenti, perché ogni uomo ha la propria. La visione pirandelliana richiama al concetto di verità relativa, l’enigma resta irrisolto.

Le buone pratiche della disseminazione scientifica e culturale non possono prescindere dagli ambiti disciplinari, dalle figure capaci di interpretarle, dall’incalzare della cronaca e, ovviamente, dagli strumenti utilizzati. Da questi elementi dipendono gli effetti del processo comunicativo, che per diventare “condizione essenziale per capire e quindi per partecipare”, richiede che tutti gli attori, nessuno escluso, compiano un passo indietro rispetto ai loro pregiudizi e uno in avanti per procedere verso l’obiettivo comune di colmare la distanza tra scienza e società. Non è un traguardo facile e i ricercatori in primis ne sono consapevoli. Un’indagine del gruppo di Comunicazione della Scienza ed Educazione del CNR ha rivelato che il 48% dei ricercatori trova difficile esprimersi in modo chiaro e semplice; il 44% lamenta l’imprecisione dei mass media; e una quota del 31% ritiene impreparati i cittadini comuni.

Le difficoltà sollevate dai ricercatori troverebbero una prima risposta nelle parole del filosofo e saggista spagnolo Josè Ortega Y Gasset: “L’interpretazione scientifica del mondo si nutre e riposa su una [scoperta] primigenia, cioè il linguaggio, la scienza attuale non potrebbe esistere senza il linguaggio, non tanto né solamente per l’ovvia ragione che fare scienza è parlare, ma al contrario perché il linguaggio è la scienza primitiva”. La scoperta scientifica si specchia nel linguaggio e la sua comunicazione ha il compito di interrogarsi sulla relazione fra la forma attraverso cui si esprime – ovvero il linguaggio – e il contenuto che vuole veicolare e che viene concepito e strutturato in un linguaggio specialistico. Ma per la maggior parte della gente comune, il discorso scientifico rimane incomprensibile.

Eppure, il progetto di costruire un linguaggio scientifico universale affonda le sue radici già tra il XVI e il XVII secolo: lo scienziato, consapevole del suo nuovo ruolo di assertore del “sapere”, unisce idealmente il proprio sforzo intellettuale e di ricerca al lavoro dei colleghi, in una collaborazione volta alla diffusione (che oggi diremmo “globale”) delle nuove conoscenze. Per fare questo, però, il linguaggio scientifico deve perdere staticità e svilupparsi sulla conoscenza del proprio tempo. La difficoltà di esprimere concetti complessi in forme, immagini e metafore della vita quotidiana che possano essere percepite almeno in teoria dalla gente comune e/o utilizzati in pratica è la sfida alla base di una autentica cultura della scienza.

Diceva Sartre che sono le parole a “creare” gli oggetti. Questa apertura della cultura scientifica a modalità diverse di rappresentazione potrebbe diventare una risorsa collettiva per aumentare la fiducia nella conoscenza e colmare il gap oggi esistente con la società. La fiducia nella ricerca da parte dei cittadini comuni risulta offuscata anche dalla preoccupazione di parte dell’opinione pubblica per gli effetti reali o potenziali di molte scoperte e innovazioni, al punto di mettere in crisi la stessa idea di “progresso”. È per queste ragioni che oggi si dedica grande attenzione a migliorare la “comprensione pubblica della scienza”, che i paesi anglosassoni hanno identificato nel movimento del Public Understanding of Science. E che, tra i principali obiettivi strategici del più grande programma mai realizzato dall’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione, Horizon 2020, si indica la necessità di sancire una collaborazione efficace tra scienza e società per sposare l’eccellenza della prima alla consapevolezza e alle responsabilità della seconda, a sostegno di progetti che coinvolgano il cittadino nei processi della ricerca che influenzano la vita di tutti i giorni. A quel 31% di ricercatori che ritengono impreparati i cittadini comuni rispetto ai temi della scienza, Thomas Jefferson, matematico di formazione prima che Presidente degli Stati Uniti, avrebbe replicato: “Non conosco alcun depositario certo dei poteri ultimi della società che non sia il popolo stesso, e se noi non lo crediamo sufficientemente illuminato da esercitare questo controllo con salutare giudizio, il rimedio non consiste nel rimuovere l’esercizio di quel potere, ma nell’informare meglio il suo giudizio”.

Se è vera, dunque, la la prevalenza nella società di opinioni e luoghi comuni sostenuti con argomentazioni grossolane, è altrettanto vero che la divulgazione della scienza è una sfida senza alternative dalla quale non ci si può esimere. Nel 1948 i padri costituenti ne erano coscienti, come evidenzia Ferrazzoli nella sua introduzione Teoria e Tecnica della divulgazione della conoscenza: il valore culturale e concreto, quindi sociale, della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica è un fondamento della nostra stessa idea di civiltà.

Annunci

Recensione del Corriere della Sera – Sette

In libreria

Parola di scienziato, Ma c’è da fidarsi? Dipende dallo scienziato, ovviamente, ma anche da come la sua parola è riportata dai media. Per responsabilità dei giornalisti che riferiscono i “fatti” attinenti alla scienza, deformandoli, più o meno consapevolmente, a causa della curvatura della lente del proprio sguardo. Nel nuovo villaggio globale che si realizza nella rete entra però in scena anche un nuovo attore, rappresentato dalla critica “orizzontale”, dove la parola di un anonimo postatore di commenti su un socia network o di uno sconosciuto contributor di Wikipedia valgono come e più di quella di chi ha speso anni di fatica e studio su un determinato argomento. Un notevole e meritevole lavoro qeullo di Francesca Dragotto e Marco Ferrazzoli, una chiave utile per rileggere diversi eventi, recenti e meno recenti, in cui il portato emotivo generato dai meed ha creato, invece di dipanare, dubbi.

11 settembre 2015

Quando un parere è poco scientifico

Recensione di Giovanni Caprara su Sette-Corriere della sera del 5 giugno 2015

Ci si può fidare degli scienziati e delle loro scoperte? La domanda serpeggia quando alcuni temi del lavoro nei laboratori entrano nella nostra vita quotidiana ponendoci problemi nuovi. Oppure quando emergono realtà alle quali bisogna dare risposta con le conoscenze della scienza. Si possono prevedere i terremoti? Il riscaldamento globale c’è davvero? Le cellule staminali possono aiutarci? Gli OGM sono una risposta alla fame mondiale? È indispensabile la sperimentazione animale? L’intelligenza artificiale è un pericolo? L’elenco potrebbe continuare con altri argomenti che riempiono spesso le pagine dei giornali dimostrando come l’informazione scientifica sia oggi una necessità da soddisfare. Anche perché spesso chiedono alla politica controlli e regole. Ma nella comunicazione talvolta accade che le affermazioni degli scienziati assumano il ruolo di opinione invece che di informazione, travisando i significati. Questo rischio è ben raccontato nel libro Parola di scienziato, curato da Francesca Dragotto e Marco Ferrazzoli, che mette in evidenza errori da evitare e pregi da considerare. Per essere giustamente consapevoli.

Recensioni: Quotidiano sanità

Se il dibattito scientifico diventa un ring mediatico

“Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione” è il nuovo libro di Marco Ferrazzoli e Francesca Dragotto. Sotto la lente i casi più recenti di dibattito scientifico trasformato in ring mediatico. Dalla ‘sperimentazione animale’ all’omeopatia, dai vaccini alla vicenda Stamina.

Recensione pubblicata su Quotidiano Sanità [vai] e su Il Farmacista Online [vai]

Un tempo, lo scienziato era riconosciuto come un’autorità verso la quale mostrare un atteggiamento di rispetto o addirittura di sottomissione. Oggi, questa attitudine viene frequentemente ribaltata, lasciando spazio ad un’orizzontalità del sapere nella quale l’opinione di ogni membro della società ha spesso un peso simile.

Questo è il filo conduttore del libro “Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione” (UniversItalia Editrice, € 14), testo divulgativo curato da Marco Ferrazzoli, Giornalista e Capo Ufficio Stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), e Francesca Dragotto, Ricercatrice e Professoressa aggregata di Glottologia e linguistica all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Numerosi contributi sono stati realizzati da comunicatori e giornalisti scientifici; in tali contributi viene effettuata un’analisi di alcuni dei più discussi casi di cronaca scientifica e medica, protagonisti di ampi dibattiti mediatici: dalla vicenda Stamina alla sperimentazione animale, dal tema ‘efficacia dell’omeopatia’ all’alimentazione, dai vaccini fino all’affidabilità del peer review. Altri capitoli riguardano inoltre il caso del terremoto dell’Aquila, il bosone di Higgs e il global warming.

Ripercorrendo queste vicende, il libro “Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione” può fornire uno strumento per aiutare il lettore ad approfondire temi ai quali si è soltanto avvicinato e favorire la sua riflessione.

Proprio grazie all’ampia diffusione su giornali, televisione e radio, questi argomenti sono riusciti ad attrarre l’attenzione sia della comunità scientifica e di chi afferisce ad essa sia del pubblico più generale. Le tematiche affrontate sono state talvolta oggetto di lotte politiche e sociali che hanno visto la contrapposizione di due ‘fazioni’: la presenza di tali schieramenti e la difficoltà di comprendere quanto le relative posizioni siano affidabili dal punto di vista scientifico testimonia questa ‘equivalenza dei pareri’, per la quale alle opinioni più accreditate non corrisponde necessariamente il rigore proprio di una tesi scientifica.

Un esempio di forte contrapposizione tra due schieramenti opposti si è verificato nel caso di Stamina, una controversa vicenda (raccontata da Gianluca Viscogliosi), che per più di un anno ha intrecciato politica, mezzi di comunicazione e pubblico generale: in questo periodo di tempo, i media e la politica hanno talvolta alimentato la confusione sulla validità del Metodo omonimo. Il clamore deriva anche dalla delicatezza del tema affrontato, che ha come veri protagonisti i malati e le loro famiglie, comprensibilmente spinti dalla speranza di poter trovare una cura.

Un altro esempio di lotta tra ‘fazioni’ opposte è rappresentato dal caso ‘sperimentazione animale’ – trattato dall’autrice Isabella Cioffi-, che negli ultimi anni è stato ampiamente seguito dai mezzi di comunicazione: dall’assalto da parte degli animalisti allo Stabulario del Dipartimento di Farmacologia della Statale di Milano, all’avvento delle modifiche della Direttiva UE in materia, a maggiore tutela degli animali, avversate dai ricercatori e richieste dagli animalisti, fino al caso di Caterina Simonsen, giovane affetta da quattro malattie rare, che diventa nota mediaticamente anche grazie ai messaggi lanciati in rete a favore dei test in vivo.

Ulteriore dibattito molto acceso è quello sui vaccini, talvolta ritenuti responsabili di danni irreversibili per la salute (tra cui l’insorgenza di disturbi come l’autismo). Il caso ha inizio nel 1998 con la pubblicazione, sulla rivista the Lancet, di un articolo dell’allora medico britannico Andrew Wakefield. Il capitolo a firma di Alessia Bulla indaga sull’evoluzione di questa storia dai suoi albori fino ad oggi, soffermandosi su quanto la comunicazione, scientifica e non, sia risultata talvolta contrastante e non del tutto chiara in merito.

Il libro si conclude con un capitolo, realizzato da Luciano Celi, dedicato al meccanismo della peer-review, l’efficace strumento di ‘revisione tra pari’ applicato agli studi scientifici. Dato l’ampio incremento di riviste – non sempre e non del tutto affidabili – , in alcuni casi tale strumento ha mostrato in maniera evidente i propri limiti.

Recensioni: Cronache del garantista

Media e falsi miti, “parola allo scienziato”
da Cronache del garantista del 20 marzo 2015

Nel villaggio locale, medico, farmacista e insegnante rappresentavano il mondo della conoscenza e componevano, insieme con il prete, il sindaco e il comandante dei carabinieri, una cerchia di autorità verso cui la semplice cittadinanza tendeva a mantenere un atteggiamento deferente fino alla sottomissione, in ragione del gap socio-culturale che separava i due livelli gerarchici. Nel villaggio globale, questa verticalità è stata sostituita da un’orizzontalità critica che talvolta sconfina nell’eccesso opposto, in una sorta di equivalenza delle opinioni per la quale tutti gli attori si sentono non solo legittimati, ma anche titolati a esprimere la propria opinione su qualunque argomento. La conoscenza non è più considerata un valore intangibile e la parola dell’intellettuale, dello scienziato, di chi ha studiato e acquisito competenze tende a sfumare in una mera opinione. Anzi: in un parere. Uno dei tanti.

È lungo questo sottile crinale che si snodano i preziosi saggi contenuti all’interno di Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione, un lavoro originale e acuto, affidato alla cura di Francesca Dragotto, ricercatrice e professoressa aggregata nel settore Glottologi e Linguistica presso l’Università di Roma Tor Vergata, e di Marco Ferrazzoli, capo ufficio stampa CNR e docente di Teoria e tecniche della conoscenza all’Università di Roma Tor Vergata, che cura anche l’introduzione del libro, dedicata appunto alla Teoria e tecnica della divulgazione delle conoscenza. Scopo della pubblicazione è illustrare, attraverso alcune buone e cattive pratiche, il discrimine tra competenze e conoscenze maturate sul campo, con studio e sacrificio, e la sempre più pervasiva opera di corruzione, banalizzazione e fraintendimento che spesso si verifica nella comunicazione della scienza e della conoscenza.

Sempre più spesso la cronaca riporta polemiche roventi che investono aspetti scientifici: dalle contestazione contro i vaccini alle nuove tendenze nell’alimentazione, dalla sperimentazione animale ai cambiamenti climatici. E non di rado, su questi temi, si registrano interventi delle istituzioni politiche e della magistratura, come nei casi del terremoto dell’Aquila o di Stamina. Come mai, almeno nel nostro paese, è così difficile giungere a una conoscenze scientifica diffusa e condivisa? E come mai è così facile che tesi prive di qualunque attendibilità trovino credito? Che ruolo hanno i mass media in questi processi? Domande importanti, molto attuali, cui scienziati e studiosi rispondono in questo volume, con metodo e rigore scientifico.

Recensioni: Query

Recensione di Ornella Quivelli
Link al sito di Query, rivista ufficiale del CICAP

Ipse dixit. Letteralmente “lo ha detto lui”, questa formula perentoria, prima in uso nella scuola pitagorica poi ripresa nel Medioevo dai filosofi scolastici, troncava di fatto ogni obiezione. Bastava una parola del grande Pitagora o Aristotele, considerati all’epoca le massime autorità in campo filosofico e scientifico, e non c’era discussione, era così e basta. E così avanti per millenni, fino alla Rivoluzione scientifica galileiana. Oggi quell’atteggiamento deferente, a volte anche estremizzato, e quella verticalità rispettosa della società, sembrano ormai solo un ricordo sbiadito, complici Internet e i mass media in un appiattimento generalizzato dei ruoli, in cui ognuno rivendica il diritto di dire tutto su tutto, spesso senza averne le competenze. Nel “villaggio globale” in cui l’informazione viaggia veloce senza limiti e filtri, la voce dello scienziato diventa, così, un’opinione fra tante e l’ipse dixit sembra di fatto sovrastato dal mormorio incessante della vox populi.

Quest’opera, a cura di Francesca Dragotto e Marco Ferrazzoli, docenti dell’Università “Tor Vergata” di Roma, riscatta degnamente la figura del divulgatore scientifico, fornendo una valida chiave di lettura di alcuni fra i più controversi ed esemplari fatti di cronaca in ambito medico e ambientale. In questa pubblicazione scritta a più mani, ciascun autore offre il suo punto di vista sull’argomento trattato, rendendo organica, attraverso la presenza di un filo conduttore, la frammentarietà di casi che sembrerebbero di per sé isolati. Per ogni capitolo, infatti, vengono evidenziati i pregi e le criticità delle tecniche comunicative adottate caso per caso, mentre il lettore viene accompagnato nella comprensione di fatti ben noti al grande pubblico, ma che per la loro natura complessa nascondono retroscena poco conosciuti ai non addetti ai lavori.

È il caso, questo, del tema delle vaccinazioni, più che mai attuale. Sebbene infondata e smentita dalle evidenze scientifiche, la leggenda della correlazione vaccini-autismo ha promosso, dalla fine degli anni ’90, un diffuso allarmismo e un panico generalizzato nella popolazione, con il conseguente incremento della mortalità per malattie che si consideravano ormai localmente estinte.

Quando poi in ambito medico si infiltrano pseudoscienze e pseudoscienziati, le ripercussioni sociali diventano pressoché drammatiche. Basti pensare, rispettivamente, al successo mediatico dell’omeopatia e del “metodo” Stamina che, seppure confutati e aspramente contestati dalla comunità scientifica, sono fra gli attori del panorama medico alla voce “medicina alternativa”. Non mancano le vittime tra coloro che, ormai senza speranza, si sono affidati a questi cosiddetti metodi alternativi che fanno dell’emotività la loro strategia vincente.

Proprio quello dell’emotività è il tasto su cui puntano spesso i detrattori della sperimentazione animale e i fanatici dell’animalismo. Emotività che se mal gestita sfocia nella pura violenza con conseguenze disastrose, come il caso del blitz animalista dell’aprile 2013 nello stabulario del Mario Negri di Milano. La “liberazione” di un centinaio di cavie, morte poco dopo fuori dal proprio contesto controllato, ha portato di fatto alla distruzione di dieci anni di ricerche e speranza per i malati di Alzheimer, Parkinson, autismo, sclerosi multipla.

In campo bio-medico – denunciano gli autori – spesso i casi sono veicolati da media non specialistici e da programmi televisivi che, cavalcando l’ondata dell’emotività, lasciano poco o per nulla spazio alla corretta informazione, presentando frequentemente singoli episodi non supportati da statistiche o dalla presenza di esperti che sviluppino adeguatamente le tematiche trattate. Tutto ciò contribuisce a creare disorientamento e confusione nello spettatore, come accade ad esempio nella questione alimentazione biologica vs. OGM oppure, in diverso ambito, nel dibattito sui cambiamenti climatici, confusione alimentata da posizioni contrapposte e visioni non sempre concordi nella stessa comunità scientifica.

Se si aggiunge l’elemento dell’incertezza, tipico in realtà della “buona” scienza, il quadro appare ancora più indecifrabile per il grande pubblico che dalla scienza si aspetta, invece, risposte certe ed immediate, anche quando le conoscenze non lo consentono. Basti pensare ad esempio a ciò che è accaduto a L’Aquila durante il terremoto del 2009, culminato con il processo ai membri della Commissione Grandi Rischi.

Il contesto, come evidenziano più volte gli autori, appare piuttosto articolato. Da un lato, banalizzazione, spettacolarizzazione, disinformazione da parte dei mass media, dall’altro analfabetismo scientifico diffuso nel grande pubblico che in assenza di competenze, fa sì che “a parlare siano la pancia o il cuore, più che la testa”. Non da ultimo bisogna tener conto di criticità insite nella comunità scientifica, come la tendenza alla chiusura e, talvolta, l’assenza di tecniche divulgative idonee.

Una possibilità di riscatto, tuttavia, c’è ed è suggerita dagli stessi autori. Bisognerebbe, infatti, riconsiderare e ripensare alla figura del divulgatore scientifico, adattandola alle tecniche comunicative più attuali e magari prendendo spunto dagli esempi positivi di comunicazione che non mancano, come testimoniato dal successo mediatico della scoperta del bosone di Higgs. Nel marasma di informazione, disinformazione, complottismi e infide “bufale” sempre in agguato, un timido dito sembra sollevarsi. Forse sarebbe il caso di riconcedere, una buona volta, la parola allo scienziato.

Recensioni: l’Astrolabio

Recensione di Tommaso Franci
Link al post sul sito l’Astrolabio

La divulgazione scientifica è divenuta, soprattutto nel nostro Paese, una questione particolarmente critica. È in atto un processo caratterizzato da una crescente delegittimazione delle fonti ufficiali, ridotte alla stregua di portatrici di mere opinioni e sempre più spesso soccombenti, nell’apprezzamento del grosso pubblico, rispetto a fautori di interpretazioni sensazionalistiche e prive di fondamento, soprattutto se queste blandiscono approcci pregiudiziali o ideologici, ormai diffusi su molte problematiche tecnico-scientifiche

È questo l’argomento trattato nel volume “Parola di Scienziato”, pubblicato nel dicembre scorso da Edizioni Universitalia. Il libro contiene i contributi di diversi autori su una serie di temi specifici sui quali misurare le problematiche della divulgazione scientifica. I temi esaminati ruotano prevalentemente nell’ambito della salute e della medicina (vaccini, alimentazione, fecondazione artificiale, omeopatia e caso Stamina), ma vengono trattati anche i “casi” del bosone di higgs, del processo dell’Aquila alla Commissione grandi rischi, e quello, di particolare interesse per questa newsletter, del Global Warming.

La pubblicazione viene introdotta dai contributi dei due curatori, Marco Ferrazzoli, capo ufficio stampa del CNR, e Francesca Dragotto, ricercatrice e docente presso l’Università di Tor Vergata.

E’ efficace Marco Ferrazzoli nel suo contributo dedicato alla “Teoria e tecnica della divulgazione delle conoscenza”, in cui tratteggia il modo in cui si esprime il processo di banalizzazione e distorsione della conoscenza scientifica nel villaggio globale mediatico contemporaneo. Il tema viene trattato in termini generali, esaminando il ruolo dei produttori di conoscenza scientifica, le fonti dei contenuti da comunicare; i diversi destinatari (i target dell’informazione); e soprattutto il ruolo dei diversi media, protagonisti della comunicazione. Viene evidenziato il deficit che caratterizza il mondo della scienza rispetto alla consapevolezza dell’importanza dell’informazione sui risultati della propria attività e alla dotazione di strumenti adeguati per impostare o effettuare azioni di comunicazione su contenuti di carattere tecnico-scientifico. Ferrazzoli affronta il tema degli strumenti di cui è dotata l’opinione pubblica nella valutazione dei contenuti di conoscenza scientifica (o presunta) veicolata dai media e soprattutto della percezione dell’utilità e affidabilità delle istituzioni scientifiche nel nostro Paese, sempre più caratterizzato da un clima generale di “società della sfiducia”. È tra i due poli dei processi di comunicazione – contenuti e target – che si svolge il ruolo dei media nel veicolare i contenuti caratterizzati da aspetti tecnico-scientifici, che dovrebbero essere adeguatamente trattati per avere un’efficacia divulgativa che non ne snaturi il significato sostanziale.

Ferrazzoli sottolinea come le carenze e i limiti che spesso caratterizzano gli attori dei processi di divulgazione tecnico-scientifica sono il terreno che li porta, tutti assieme, ad essere frequentemente travolti dalla tendenza, purtroppo forte nel nostro Paese, a vivere il confronto pubblico in termini di schieramenti manichei pro o contro qualcosa, a prescindere dai fatti. Nel testo si evidenzia come questo accada con le contrapposizioni sulle grandi infrastrutture, e ci ricorda come “Nel nostro Paese aprire una discarica o un impianto di smaltimento per i rifiuti è problematico ai limiti della guerra civile”.

Sull’onda delle considerazioni offerte dal curatore nell’introduzione, ci soffermiamo sul contributo di Renato Sartini, giornalista scientifico, sul tema del Global Warming. Il riscaldamento globale, argomento oggi centrale del dibattito pubblico internazionale, è certamente uno di quelli che ha messo e sta mettendo a dura prova, ormai da più di tre decenni, la capacità dei media di comunicare correttamente problematiche tecnico-scientifiche di grande complessità.

Per trattare il tema dei cambiamenti climatici l’autore parte dall’importante e recente contributo dato dallo storico Wolfgang Behringer con il libro “Storia Culturale Del Clima: Dall’era Glaciale Al Riscaldamento Globale” (vedi la recensione di questa newsletter), nel quale si illustra l’episodio avvenuto negli anni ‘70 quando il mondo scientifico lanciò l’allarme, raccolto anche a livello delle istituzioni internazionali, per il possibile arrivo di una glaciazione; uno scenario completamente rovesciato dopo dieci anni, quando cominciò invece a diffondersi la preoccupazione per gli effetti del processo di riscaldamento globale attribuito alle emissioni climalteranti causate dalle attività umane.

Il saggio affronta le vicende della divulgazione delle conoscenze scientifiche sul riscaldamento globale ricostruendo la storia dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), organismo costituito alla fine degli anni ‘80 in ambito ONU con il fine di individuare una voce super partes nella valutazione dei pericoli connessi all’aumento della CO2 e altri gas ad effetto serra nell’atmosfera. Per perseguire questa finalità l’attività dell’IPCC non è quella di svolgere ulteriori attività di ricerca, ma quella di raccogliere la produzione scientifica sul tema e darne una rappresentazione pubblica a livello globale tramite documenti ufficiali denominati Assessment Report (AR).

La ricostruzione delle alterne vicende, in termini di credibilità, dell’attività dell’IPCC arriva ai nostri giorni con il recente V° Assessment report (2014), in cui è stato fatto un tentativo di omogeneizzazione del linguaggio utilizzato per comunicare il grado di affidabilità delle previsioni dei modelli di evoluzione del clima in termini probabilistici, terreno su cui si è spesso giocato in modo ambiguo per evocare scenari catastrofistici senza reale fondamento.

Sartini evidenzia come, nonostante tutti gli sforzi fatti per migliorare la qualità della comunicazione sulle conoscenze scientifiche in materia di cambiamenti climatici, pesi un forte rumore di fondo che condiziona la percezione del grande pubblico su questa tematiche, come evidenziano importanti rilevazioni sulle opinioni dei cittadini a livello europeo. Altro sintomo dell’incertezza che grava sull’informazione sul global warming e della mancanza di una sintesi accettata è costituito, secondo l’autore, dal fatto che i media spesso non si schierano a favore di tesi precostituite sul carattere catastrofico dei cambiamenti climatici o sul grado di responsabilità delle attività umane; ed invece molto spesso adottano l’approccio del “balance treatment” dando lo stesso spazio e dignità a tesi opposte, le cosiddette due campane.

Infine l’autore prova a formulare un obiettivo che potrebbe apparire “minimalista” di miglioramento dell’informazione sul tema dei cambiamenti climatici, quello di porre fine almeno alla grande confusione mediatica che viene fatta rispetto alla differenza tra evoluzione del clima come processo di lungo periodo e fenomeni meteorologici puntuali.

L’obiettivo non è affatto minimo se pensiamo a singoli eventi meteorologici abbastanza comuni (come una forte pioggia) che vengono ormai sistematicamente presentati dai media, e commentati da autorevoli esponenti del mondo scientifico, come evidenti effetti dei cambiamenti climatici indotti dall’uomo.

Recensioni: Popular Science

Recensione di Ornella Quivelli
Leggi sul sito Popular Science

Nel passaggio dal “villaggio locale” al “villaggio globale”, l’informazione viaggia senza limiti di spazio, tempo e soprattutto, filtri. Se prima la conoscenza era appannaggio di pochi custodi del sapere, nell’era di Internet e dei mass-media chiunque può arrogarsi il diritto di esprimere il suo parere su qualsiasi argomento, spesso senza averne le competenze. Lo scienziato diventa, così, un opinionista fra tanti e risulta difficile orientarsi e districarsi in questa giungla di informazione e disinformazione.

Ripercorrendo dettagliatamente i più attuali, esemplari e discussi casi di cronaca per diverse tematiche, quest’opera scritta a più mani riscatta efficacemente il ruolo del divulgatore scientifico, mettendo in luce pregi e criticità delle tecniche comunicative adottate caso per caso. In ambito medico si spazia dall’infondato allarmismo sulle vaccinazioni al successo di ammalianti pseudoscienze quali l’omeopatia, dal “metodo” Stamina, non riconosciuto dalla comunità scientifica, al crescente dibattito sulla sperimentazione animale e sul fanatismo animalista. Si passa poi a scottanti tematiche ambientali quali i cambiamenti climatici, l’alimentazione biologica ed il terremoto dell’Aquila del 2009, culminato con il processo ai membri della Commissione Grandi Rischi.

Assenza di comunicatori specializzati, banalizzazione di certi argomenti e spettacolarizzazione a discapito dell’oggettività sono fra i principali elementi di una sconsiderata politica di comunicazione, responsabile spesso di importanti ripercussioni sull’opinione pubblica e di gravi ricadute sociali. Fattore comune dei casi affrontati, come evidenziano più volte gli autori, è l’analfabetismo scientifico dilagante, che spesso impedisce di poter discernere la buona dalla cattiva informazione e, in assenza di competenze, di compiere delle scelte razionali. Non mancano però esempi positivi di buona comunicazione, come il successo mediatico della scoperta del bosone di Higgs, evento acclamato con grande entusiasmo dall’intera società. Solo attraverso maggiore consapevolezza e attenzione ai dati oggettivi, e non alle componenti puramente irrazionali o ideologiche, sarà possibile emanciparsi da falsi miti e complottismi. Parola di scienziato.

Rencesioni: Sicilia Journal

La difficile parola dello scienziato. Quando la conoscenza confligge con l’opinione
di Giorgio Sirilli
Leggi sul sito Sicilia Journal

Il libro curato da Francesca Dragotto e Marco Ferrazzoli, Parola di scienziato (UniversItalia, Roma, 2014), affronta il tema della comunicazione scientifica dal punto di vista del comunicatore. In tale chiave, gli autori dei vari capitoli si cimentano su eventi che hanno segnato, nel nostro paese nei tempi più recenti, il rapporto scienza-società-etica-politica: l’utilità dei vaccini, l’alimentazione, la sperimentazione animale, il processo per il terremoto dell’Aquila, il bosone di Higgs, il riscaldamento globale, l’omeopatia, la questione Stamina, l’etica degli scienziati.

Nel saggio introduttivo Marco Ferrazzoli, capo dell’Ufficio stampa del CNR, fornisce uno stato dell’arte sulle problematiche riguardanti la comunicazione scientifica con grande onestà intellettuale e competenza. Pone al centro della riflessione il triangolo del processo di comunicazione: il comunicatore, la fonte delle informazioni – ricercatore, accademico – e il destinatario – spettatore, lettore, navigatore in internet, cittadino.

Il mondo mediatico, osserva, è segnato dalla tendenza al sensazionalismo, dalle dispute ideologiche, dall’alternanza tra l’affastellamento di notizie confuse e contraddittorie e il silenzio disinteressato, dall’eccessiva enfasi sugli eventi emergenziali. Al contempo, i nuovi media consentono un’interazione tale da abbattere quasi la distinzione tra fonti e destinatari dei messaggi, da far coincidere consenso e ragione, da amplificare luoghi comuni e complottismi, da indurre l’abitudine di ricevere qualsiasi risposta pressoché all’istante. In questo contesto in rapida trasformazione il ruolo stesso del comunicatore va radicalmente ripensato, pena l’irrilevanza.

La materia trattata dai comunicatori è, d’altra parte, complessa ed agli occhi dei giornalisti e dell’opinione pubblica le smentite e le controversie che dividono i ricercatori non sono facili da gestire e da interpretare. L’autore fa degli esempi di titoli sui giornali: “Contrordine, lo stress fa bene: ecco lo studio che smonta i falsi miti della longevità”, “La mammografia non salva la vita. La ricerca che divide gli scienziati”.

Anche sul versante di chi produce nuova conoscenza vi sono problemi non secondari. I ricercatori hanno la tendenza ad usare un gergo tecnico che non consente una adeguata comprensione da parte del pubblico e a rimanere nelle trincee in cui definiscono le proprie discipline. In altri casi si propongono come commentatori ed opinion maker sui media sfruttando la propria popolarità, ma al di fuori dei loro campi – come è accaduto con Margherita Hack, Carlo Rubbia, Renato Dulbecco, Rita Levi Montalcini. In questo caso non rendono un buon servizio alla scienza.

Venendo agli utenti della comunicazione scientifica si può verificare come possano avere reazioni inaspettate e interessate; l’autore cita il caso delle roventi polemiche che riguardano discipline apparentemente innocue come la meteorologia, in cui gli amministratori locali veneti, spinti dagli albergatori infuriati per le previsioni meteorologiche di cattivo tempo poi smentite, hanno “chiesto la testa” dei poveri metereologi.

Il libro, che può essere definito un “Manuale delle giovani marmotte” per i divulgatori, pone una domanda esistenziale: se sia preferibile che un professionista della disseminazione scientifica provenga da una formazione specialistica o meno. La salomonica risposta di Ferrazzoli è che, in entrambi i casi, è indispensabile perseguire, con la massima dose di onestà intellettuale e di curiosa ignoranza socratica, il migliore equilibrio possibile tra rigore dei contenuti e interesse per la notizia. Ma, messo alle strette dal suo stesso argomentare, dà una implicita risposta citando il fatto che Piero Angela, massimo divulgatore scientifico nazionale, ha iniziato la carriera come cronista.