Dalla torre d’avorio a quella di Babele. La comunicazione della scienza

Pubblicato sul sito webo dell’Associazione Italiana del Libro [vai]

di Nicoletta Guaragnella

I mass media, negli ultimi tempi, ci forniscono di continuo spunti di riflessione sul tema del controverso rapporto tra ricerca scientifica, comunicazione e decisioni politiche: dal calo dei vaccini alla carne “cancerogena”, dall’autorizzazione ai “novel food” alle scelte nazionali e comunitarie sugli OGM. Una serie di casi che in qualche modo hanno fatto storia – o, meglio, una cronaca spesso imperfetta – sono affrontati nel libro “Parola di Scienziato. La conoscenza ridotta a opinione” a cura di Marco Ferrazzoli e Francesca Dragotto (Universitalia): vaccini, biologico, sperimentazione animale, terremoto dell’Aquila, Lhc, global warming, omeopatia, Stamina. Gli autori conducono un’analisi puntuale e sfaccettata sul tema, centrale, della crisi della conoscenza in generale e della scienza in particolare: crisi di contenuti, soggetti e ruoli legati al mondo della ricerca, evidenziando pratiche sbagliate e soluzioni possibili.

Il messaggio è chiaro: oggi gli scienziati non sono più da soli, ma si confrontano con un pubblico variegato composto da decisori politici, finanziatori pubblici e privati, cittadini, divisi tra lettori, spettatori e surfers del web. In questa cornice di soggetti coinvolti, il ruolo di volano e amplificatore svolto dai mezzi di comunicazione e in particolare dai giornalisti diventa essenziale. Da queste premesse emerge la necessità di realizzare un dialogo sinergico tra i soggetti coinvolti, che coniughi correttezza, concisione e chiarezza. Pratica non sempre facile, a causa di responsabilità che vanno spartite equamente tra mass media, pubblico e comunità scientifica, stakeholder differenti per impostazioni culturali, linguaggio e approccio.

Nel libro – che sarà presentato il prossimo primo dicembre presso l’Area della ricerca CNR di Bari – si riportano alcuni esempi negativi ma anche positivi: dal Bosone di Higgs che, nonostante la complessità della fisica delle particelle, ha ottenuto un importante successo popolare, comparendo tra le notizie recenti più interessanti indicate da alcuni giornalisti scientifici nell’anno 2012, fino al rischio “non calcolato” del terremoto dell’Aquila, conclusosi in primo grado con la clamorosa condanna per omicidio colposo plurimo dei tecnici e scienziati membri della Commissione Grandi Rischi. A dare la copertina al volume, con una tag cloud di Davide Vannoni, il cosiddetto metodo Stamina, caso in cui la forte componente emotiva ha prevalso sulle ragioni scientifiche, riuscendo ad influenzare in modo clamoroso l’opinione pubblica.

In tutti i casi, la difficoltà è sfuggire al paradigma della notizia che “guida” l’informazione scientifica. La necessità di trasformare ogni scoperta in applicazione fruibile e immediata spendibile mediaticamente presso il grande pubblico ha inevitabilmente favorito le pratiche di deformazione dei contenuti scientifici e amplificato i vizi della comunicazione. Se la ricerca scientifica è un processo contrassegnato dal ragionamento e dal confronto, la cronaca giornalistica punta sul sensazionalismo o sullo scoop, che in ambito scientifico resta una rarità. Con queste considerazioni, gli autori non intendono redarguire la stampa, né tantomeno sostenere il pregiudizio per il quale è sempre colpa dei giornali, piuttosto precisano: “Bisogna distinguere – come chiarisce Ferrazzoli nell’ introduzione – tra la generica comunicazione e l’informazione, cioè la trasmissione mediatica di qualunque contenuto, in esponenziale amplificazione dopo il Web 2.0, e la parte riservata ai professionisti, che versa in una crisi conclamata. Al progressivo assorbimento della seconda nella prima, i giornalisti dovrebbero rispondere giustificando la propria specificità con la qualificazione professionale, che, spesso, non è adeguata”.

Cosa è accaduto? Dai tempi in cui si parlava di “verità” scientifica, univoca, oggettiva e tale, per usare la definizione di Galileo Galilei, in quanto verificabile e dimostrabile? In passato e fino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, nell’immaginario collettivo, lo scienziato è stato il depositario di certezze inconfutabili derivate da un’attenta e onesta osservazione, sperimentazione e interpretazione della natura. Rispetto, credibilità e fiducia da parte dell’intera collettività nei confronti dei ricercatori erano tassative e nessuno si sarebbe permesso di entrare nel merito della elaborazione di teorie e scoperte. Proprio in ragione della netta separazione tra gente comune e studiosi, anzi, questi ultimi si sono concessi per lungo tempo il privilegio di rimanere isolati in una turris eburnea, riducendo al minimo scambio e interazioni con la massa. A distanza di 50 anni, lo scenario e i suoi attori appaiono cambiati in maniera significativa: più che d’avorio la torre è diventata di Babele, popolata da una moltitudine di nuovi interlocutori, tra loro diversi che il più delle volte non parlano la stessa lingua; alle leggi della natura che governavano gli scienziati si sono aggiunti i mezzi di comunicazione e i giudizi critici della gente; le ragioni che muovono la ricerca spesso si perdono tra interpretazioni sbagliate o esemplificazioni eccessive, scontrandosi con l’ignoranza diffusa e generando conflitti; la conoscenza, considerata un valore intangibile, e la parola dell’intellettuale rischiano di essere ridotti in mere opinioni e pareri.

“Così è (se vi pare)”, potremmo dire ricordando la trama della celebre opera teatrale di Luigi Pirandello, in cui l’autore affronta il tema dell’inconoscibilità del reale. Una famiglia miracolosamente scampata al terremoto della Marsica si trasferisce in una cittadina di provincia e diventa oggetto di interesse e discussioni. Ognuno degli abitanti del paese costruisce una storia e la condivide con gli altri, ritenendola vera. È inutile affannarsi alla ricerca di una verità assoluta, che non esiste, e lo è altrettanto tentare di dipanare il groviglio delle molteplici verità esistenti, perché ogni uomo ha la propria. La visione pirandelliana richiama al concetto di verità relativa, l’enigma resta irrisolto.

Le buone pratiche della disseminazione scientifica e culturale non possono prescindere dagli ambiti disciplinari, dalle figure capaci di interpretarle, dall’incalzare della cronaca e, ovviamente, dagli strumenti utilizzati. Da questi elementi dipendono gli effetti del processo comunicativo, che per diventare “condizione essenziale per capire e quindi per partecipare”, richiede che tutti gli attori, nessuno escluso, compiano un passo indietro rispetto ai loro pregiudizi e uno in avanti per procedere verso l’obiettivo comune di colmare la distanza tra scienza e società. Non è un traguardo facile e i ricercatori in primis ne sono consapevoli. Un’indagine del gruppo di Comunicazione della Scienza ed Educazione del CNR ha rivelato che il 48% dei ricercatori trova difficile esprimersi in modo chiaro e semplice; il 44% lamenta l’imprecisione dei mass media; e una quota del 31% ritiene impreparati i cittadini comuni.

Le difficoltà sollevate dai ricercatori troverebbero una prima risposta nelle parole del filosofo e saggista spagnolo Josè Ortega Y Gasset: “L’interpretazione scientifica del mondo si nutre e riposa su una [scoperta] primigenia, cioè il linguaggio, la scienza attuale non potrebbe esistere senza il linguaggio, non tanto né solamente per l’ovvia ragione che fare scienza è parlare, ma al contrario perché il linguaggio è la scienza primitiva”. La scoperta scientifica si specchia nel linguaggio e la sua comunicazione ha il compito di interrogarsi sulla relazione fra la forma attraverso cui si esprime – ovvero il linguaggio – e il contenuto che vuole veicolare e che viene concepito e strutturato in un linguaggio specialistico. Ma per la maggior parte della gente comune, il discorso scientifico rimane incomprensibile.

Eppure, il progetto di costruire un linguaggio scientifico universale affonda le sue radici già tra il XVI e il XVII secolo: lo scienziato, consapevole del suo nuovo ruolo di assertore del “sapere”, unisce idealmente il proprio sforzo intellettuale e di ricerca al lavoro dei colleghi, in una collaborazione volta alla diffusione (che oggi diremmo “globale”) delle nuove conoscenze. Per fare questo, però, il linguaggio scientifico deve perdere staticità e svilupparsi sulla conoscenza del proprio tempo. La difficoltà di esprimere concetti complessi in forme, immagini e metafore della vita quotidiana che possano essere percepite almeno in teoria dalla gente comune e/o utilizzati in pratica è la sfida alla base di una autentica cultura della scienza.

Diceva Sartre che sono le parole a “creare” gli oggetti. Questa apertura della cultura scientifica a modalità diverse di rappresentazione potrebbe diventare una risorsa collettiva per aumentare la fiducia nella conoscenza e colmare il gap oggi esistente con la società. La fiducia nella ricerca da parte dei cittadini comuni risulta offuscata anche dalla preoccupazione di parte dell’opinione pubblica per gli effetti reali o potenziali di molte scoperte e innovazioni, al punto di mettere in crisi la stessa idea di “progresso”. È per queste ragioni che oggi si dedica grande attenzione a migliorare la “comprensione pubblica della scienza”, che i paesi anglosassoni hanno identificato nel movimento del Public Understanding of Science. E che, tra i principali obiettivi strategici del più grande programma mai realizzato dall’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione, Horizon 2020, si indica la necessità di sancire una collaborazione efficace tra scienza e società per sposare l’eccellenza della prima alla consapevolezza e alle responsabilità della seconda, a sostegno di progetti che coinvolgano il cittadino nei processi della ricerca che influenzano la vita di tutti i giorni. A quel 31% di ricercatori che ritengono impreparati i cittadini comuni rispetto ai temi della scienza, Thomas Jefferson, matematico di formazione prima che Presidente degli Stati Uniti, avrebbe replicato: “Non conosco alcun depositario certo dei poteri ultimi della società che non sia il popolo stesso, e se noi non lo crediamo sufficientemente illuminato da esercitare questo controllo con salutare giudizio, il rimedio non consiste nel rimuovere l’esercizio di quel potere, ma nell’informare meglio il suo giudizio”.

Se è vera, dunque, la la prevalenza nella società di opinioni e luoghi comuni sostenuti con argomentazioni grossolane, è altrettanto vero che la divulgazione della scienza è una sfida senza alternative dalla quale non ci si può esimere. Nel 1948 i padri costituenti ne erano coscienti, come evidenzia Ferrazzoli nella sua introduzione Teoria e Tecnica della divulgazione della conoscenza: il valore culturale e concreto, quindi sociale, della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica è un fondamento della nostra stessa idea di civiltà.

Le contraddizioni della peer review

Da Universitas 135 [vai al sito]

Nel villaggio globale, la conoscenza non sembra più essere considerata un valore assoluto e la parola di chi detiene le competenze tende a sfumare in uno dei tanti pareri. Rispetto a questa equivalenza delle opinioni, recentemente oggetto di diverse analisi, appare particolarmente problematica la capacità dei mass media, in special modo 2.0, di abbattere quasi la distinzione tra fonti e destinatari dei messaggi, nonché quella tra consenso, ragione e verità. In discussione non sono certo la relativa correttezza e la grande comodità delle informazioni disponibili on line, ma la presunzione che esse bastino a fornire una cultura neutrale e a formare una cittadinanza consapevole. Come, però, correggere un sistema multimediale che in fondo interpreta il principio democratico secondo cui la quantità conta più della competenza, persino nelle scelte che coinvolgono la collettività? «La scienza non è democratica», concludeva provocatoriamente, qualche tempo fa, un titolo de Le Scienze. La questione non è se Internet ci rende stupidi?, inducendo il cosiddetto «effetto Dunning-Kruger», né ignorare il contributo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione alla produzione e diffusione della conoscenza. Come scrive Giulio Giorello, «proprio la Rete potrebbe essere uno dei luoghi della comunicazione fra amministrazione, politica, industria, da una parte, e mondo tecnico-scientifico, dall’altra». Che grazie a Internet si vada anzi affermando una scienza low cost lo fanno pensare diversi casi: dalla garage biology al quindicenne americano Jack Andraka che, partendo da parole chiave come recettori e proteine tumorali, ha ottenuto le informazioni per un test del cancro al pancreas.

La scienza, già dal 1600, ha abbattuto il «paradigma della segretezza», come scrive Paolo Rossi. Ma negli ambiti specialistici, perché una tesi venga considerata, è necessario che chi la sostiene dimostri ai colleghi suoi pari e giudici il rigore del metodo seguito per assumerla. Un sistema, quello della peer review, niente affatto esente da limiti e critiche. Un dossier dell’Economist intitolato How science goes wrong già alcuni anni fa accusava le riviste scientifiche di privilegiare le scoperte più eclatanti mediaticamente, gli scienziati di pubblicare articoli poco accurati per ottenere fondi o per carrierismo e i colleghi chiamati a eseguirne la revisione di non essere sempre all’altezza. Un comitato di editor, il San Francisco Dora (Declaration of Research Assessment), ha avviato una riflessione sull’Impact Factor (If) della Thompson Isi in base a cui si determina il valore di un articolo. Randy W. Schekman, premio Nobel 2013 per la Medicina, ha puntato il dito contro Nature, Cell e Science, parlando di «una selezione dei paper totalmente artificiale […] interessi di marketing […] una vera e propria tirannia». Robert K. Merton chiama «effetto San Matteo» la tendenza a privilegiare gli autori già affermati nelle pubblicazioni e nei finanziamenti. Persino quando si selezionano gli abstract dei lavori di un congresso, ammette Giuseppe Remuzzi dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, «si sceglie […] guardando all’autore o al posto da cui provengono; quelli di Boston o delle grandi Università degli Stati Uniti (Harvard, Stanford e Yale per esempio) e quelli di Oxford o di Cambridge».

Un catalogo di frodi ed errori in buona fede sfuggiti al sistema è stato raccolto da Silvano Fuso ne La falsa scienza. Si pensi alle ricerche su cellule staminali e clonazione umana uscite su Science del coreano Hwang Woosuk, People Who Mattered di Time e poi condannato per frode e appropriazione indebita. A Jan Hendrik Schön dei Bell-Labs statunitensi, giunto a sfiorare il Nobel, che ha ispirato un romanzo di Gianfranco D’Anna emblematicamente titolato Il falsario. Nel già citato Parola di scienziato ricordiamo quanto è accaduto a Nature con la cosiddetta memoria dell’acqua e la pubblicazione poi ritrattata di Andrew Wakefield da cui nacque la fola del nesso tra vaccinazioni e insorgenza dell’autismo. Considerato come la notorietà pubblica dei ricercatori incida nell’acquisizione di risorse e sostegno politico-istituzionale, c’è da chiedersi che ruolo giochino la bolla informativa prodotta dal web, l’assottigliamento dei confini tra stampa specializzata e divulgativa e, più nello specifico, l’accesso aperto.

La questione è complessa intanto per le sue dimensioni. Nel mondo si calcola che siano attualmente impegnate nella ricerca circa sette milioni di persone, grazie soprattutto al contributo dei paesi in via di sviluppo. Solo in Italia, secondo i dati Istat, il numero dei ricercatori è più che raddoppiato, dai 46.999 del 1980 ai 106.151 del 2011. Secondo l’International Association of Scientific, Technical and Medical Publishers, escono 28.100 riviste specializzate, per un totale di circa 1.800.000 articoli annui, cifra in crescita: «Un sovraccarico in cui diventa arduo distinguere cosa sia più rilevante. Una quantità ingestibile e dannosa, che complica anziché arricchire la conoscenza degli esperti» scrive Luciano Celi in Scienza, ci si può fidare?. Lo confermano lo studio Sull’impossibilità di essere esperto pubblicato dall’Università di Cardiff e quello, svolto di recente da università californiane e finlandesi, secondo cui, all’aumentare degli studi scientifici, corrisponde un crollo della capacità dei ricercatori di leggerli ed assimilarli. Di conseguenza anche il valore in termine di citazioni che gli studi ricevono è destinato a decrescere. Secondo la Raccomandazione del 2012 della Commissione Europea «i dati di ricerca prodotti nell’ambito di attività di ricerca finanziate con fondi pubblici» devono essere «pubblicamente accessibili, utilizzabili e riutilizzabili», così da far circolare la conoscenza scientifica per produrre ricchezza e accrescere il benessere.

Ma il decollo del modello scientifico ad accesso aperto, tramite la gold road delle riviste e la green road degli archivi disponibili on line gratuitamente, sull’onda lunga delle Bbb definition of Open Access, è la risposta ai punti deboli dell’attuale sistema? Anche qui, secondo un test condotto da Science, i dati non sono confortanti: il ricercatore e giornalista John Bohan non ha redatto un articolo civetta infarcito di errori, il quale è stato accettato da 157 riviste Open Access sulle 304 a cui è stato proposto. «L’accesso aperto si è diffuso con l’avvento di riviste di qualità, basate sulla revisione inter pares, come quelle pubblicate dalla Public Library of Science», osserva Gina Kolata del New York Times. «Ma i ricercatori ora lanciano l’allarme sulla proliferazione di riviste online, disposte a pubblicare a pagamento qualsiasi cosa: per i non addetti ai lavori diventa difficile distinguere quelle credibili dalla spazzatura». Se un tempo il ricercatore comunicava i propri risultati solo alla comunità scientifica, con l’esplosione dei media digitali tutti i pubblici possono accedere a lavori in progress prima della validazione e pubblicazione. ObservaScience in society ha chiesto agli italiani cosa ne pensino, rilevando «un atteggiamento abbastanza tradizionale»: ritiene che un risultato vada divulgato solo se controllato da altri scienziati più del 60%, in particolare, laureati e soggetti più alfabetizzati sul piano scientifico; un intervistato su cinque, tendenzialmente i frequentatori di siti e blog, approva che i prodotti scientifici siano pubblicati senza alcun filtro. Solo il 16% ritiene opportuno un intervento «di altre istituzioni nel caso in cui un risultato scientifico esponga a potenziali rischi per la sicurezza».

Marco Ferrazzoli

Versione completa con note al testo [Ferrazzoli_Le contraddizioni della peer review]

Carne rossa e vaccini: la scienza alla sbarra

Da Panorama del 28 ottobre 2015

Anche la conoscenza scientifica ormai diventa un’opinione. Ma chi ascolta davvero il parere degli esperti? L’analisi di Marco Ferrazzoli del Cnr

Dalla polemica sull’utilità dei vaccini alle indicazioni dell’Oms sulla carne rossa. L’informazione scientifica è tornata in questi giorni sulle prime pagine di tutti i giornali. Ma rischia di essere ridotta anch’essa ad opinione, come fa notare il capo ufficio stampa del Consiglio nazionale delle ricerche, Marco Ferrazzoli da tanti anni impegnato, anche a livello accademico, sul fronte della divulgazione scientifica e curatore, insieme con Francesca Dragotto, di un volume di grande attualità: Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione (Universitalia, pp.292). “La conoscenza non è più considerata un valore intangibile”, osserva Ferrazzoli, “e la parola dello studioso, dello scienziato, di chi detiene le competenze tende a sfumare in un mero parere. Uno dei tanti”. Il recente volume curato da Ferrazzoli e Dragotto analizza proprio questa casistica, dai vaccini, al mangiare sano, dal riscaldamento globale all’omeopatia.

Carne e verdura: la scelta si fa etica
La grande attenzione riservata al biologico e agli Ogm, nota per esempio Anna Maria Carchidi, così come oggi la discussione sulla carne rossa, sconfinano ormai ben oltre l’orizzonte puramente scientifico e questo non sempre aiuta la reale comprensione dei problemi da parte dei cittadini: “Vegetarianesimo e veganesimo, forse persino più che il biologico, paiono voler fondere la scelta salutistica con quella etica”. Inoltre, osserva Carchidi, “la tendenza appare condizionata dagli interventi di testimonial quali un luminare della medicina, Umberto Veronesi, autore di un manuale molto esplicito come Verso la scelta vegetariana e famosi chef come Alain Ducasse, che dal menù del suo pluripremiato e pluristellato ristorante parigino ha eliminato i simboli della cucina nazionale, dal foie gras all’entrecote per far posto a una svolta vegetariana. Così pure la dieta mediterranea è assunta e comunicata quale modello culturale, oltre che alimentare”.

La bufala di Wakefield
Il risultato è che la scelta dei cittadini e dei consumatori non è mai serena come anche nel caso dei vaccini. Alessia Bulla ripercorre in proposito la storia della bufala di Andrew Wakefield, un medico britannico autore nel 1998 di uno studio che sosteneva ci fosse una correlazione tra l’assunzione di determinati vaccini e l’autismo. In questo caso l’intervento della stampa è stato decisivo: nel 2003 un’inchiesta del giornalista Brian Deer smaschera Wakefield. Ai bambini descritti nello studio non era mai stato diagnostico l’autismo, in più erano stati reclutati dai gruppi di attivisti antivaccini e Wakefield aveva ricevuto finanziamenti dalla “Legal Service Commission” che sosteneva cause di risarcimento contro lo Stato per bambini autistici. Wakefield venne cancellato dall’albo e bandito dalla professione medica. Eppure come osserva il giornalista Salvo Di Grazia “per alcuni antivaccinisti Wakefield resta incredibilmente un guru”. Tanto che è stato citato persino in una sentenza del tribunale di Rimini del 2012.
Commenta Stefano Vicari, responsabile dell’unità operativa di neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Bambin Gesù: “Di questa pericolosa bufala non dovremmo nemmeno parlare più. Solo chi non ha intenzione di dire la verità si avvale ancora oggi della ricerca menzognera di Wakefield”.

A Caterina Simonsen il Premio “Leggi in Salute'”

Premio letterario intitolato ad Angelo Zanibelli

(ANSA) – MILANO, 10 OTT – Col suo libro Respiro dopo Respiro ha vinto la terza edizione del Premio letterario Leggi in Salute – Angelo Zanibelli, Caterina Simonsen, la giovane gravemente malata e al centro di un caso mediatico nel 2013 per via delle ingiurie ricevute sul web dopo aver postato sul suo profilo social frasi a favore della sperimentazione animale. A Palazzo Farnese, sede dell’ambasciata di Francia a Roma, la proclamazione, nel corso di una serata con la partecipazione del Sottosegretario al Ministero della Salute, On. Vito De Filippo, in qualità di Giurato D’Onore, e dell’Ambasciatrice di Francia, Catherine Colonna. Quello intitolato a Zanibelli, il direttore Comunicazione e Relazioni istituzionali di Sanofi Italia (che ha promosso il Premio letterario) scomparso alcuni anni fa, si rivolge a tutti gli autori di libri, saggi, o manuali che abbiano come argomento la salute o la sanità. Respiro dopo Respiro (Piemme edizioni) è la storia di Caterina Simonsen: quattro malattie rare, per le quali non c’è cura, la costringono attaccata a un respiratore per diverse ore al giorno e a ripetute visite in ospedale. Nonostante questo o, forse, proprio grazie a questo, ha trovato il coraggio di raccontare la sua storia, prima con video pubblicati online e poi nel libro premiato, che parla anche degli attacchi subiti a causa del suo impegno per la ricerca scientifica e a favore della sperimentazione animale. Gli altri quattro finalisti erano Federico De Rosa Quello che non ho mai detto (Edizioni San Paolo), Michele Farina Quando andiamo a casa? (Rizzoli), Martina Fuga Lo zaino di Emma (Mondadori Electa), Franco Mandelli Curare è prendersi cura (Sperling & Kupfer).

Recensione del Corriere della Sera – Sette

In libreria

Parola di scienziato, Ma c’è da fidarsi? Dipende dallo scienziato, ovviamente, ma anche da come la sua parola è riportata dai media. Per responsabilità dei giornalisti che riferiscono i “fatti” attinenti alla scienza, deformandoli, più o meno consapevolmente, a causa della curvatura della lente del proprio sguardo. Nel nuovo villaggio globale che si realizza nella rete entra però in scena anche un nuovo attore, rappresentato dalla critica “orizzontale”, dove la parola di un anonimo postatore di commenti su un socia network o di uno sconosciuto contributor di Wikipedia valgono come e più di quella di chi ha speso anni di fatica e studio su un determinato argomento. Un notevole e meritevole lavoro qeullo di Francesca Dragotto e Marco Ferrazzoli, una chiave utile per rileggere diversi eventi, recenti e meno recenti, in cui il portato emotivo generato dai meed ha creato, invece di dipanare, dubbi.

11 settembre 2015

Molte differenze nelle politiche vaccinali delle Regioni

Da «Quotidiano Sanità» [vai al sito]

Molte differenze nelle politiche vaccinali delle Regioni
Comunque in calo i casi di morbillo ed epatite B

Ogni Regione applica le direttive nazionali in maniera diversa. Ma in ogni caso negli anni si sono ridotti i casi di notifica della maggior parte delle malattie prevenibili con le vaccinazioni, per esempio Morbillo ed Epatite B. E si va sempre più diffondendo il valore economico-etico-sociale delle vaccinazioni. Ricciardi: “Evidenti responsabilità degli amministratori locali per le differenze”. IL REPORT[front6895540]19 GIU – Nascere in una Regione anziché in un’altra può fare la differenza. Un leitmotiv ormai comune in Italia che si ripropone anche quando si parla di offerta vaccinale.Ogni Regione applica infatti le direttive nazionali in maniera diversa.Un’offerta eterogenea che espone la salute della popolazione pediatrica e adulta a rischi diversi a seconda del codice postale. Uno scenario che impone quindi sempre di più la necessità di riorganizzare i servizi e di migliorare la qualità delle informazioni e della com unicazione per consentire il passaggio da un regime di obbligatorietà a un regime di raccomandazione che consentirà di allinearsi alle politiche sanitarie degli altri Paesi europei.Ma se c’è ancora da fare sono anche molti gli obiettivi raggiunti. Si sono, infatti, ridotti negli anni i casi di notifica, e dunque ci si ammala di meno, della maggior parte delle malattie prevenibili con le vaccinazioni, per esempio Morbillo ed Epatite B. E si va sempre più diffondendo il valore economico-etico-sociale delle vaccinazioni. Sono questi in sintesi i principali dati che emergono dal I Report “Prevenzione vaccinale” pubblicato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane che ha la sua sede all’Università Cattolica di Roma diretto da Walter Ricciardi epresentato oggi al Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” di Roma. Un Report realizzato nell’ambito del Progetto “Prevenzione Italia.Prevenzione come garanzia di sostenibilità e sviluppo del Servizio Sanitar io Nazionale” e con il sostegno incondizionato delle aziende farmaceutiche Crucell, Glaxo Smith Kline, Pfizer e Sanofi Pasteur Msd. Uno scenario d’insieme sulla situazione vaccinale in Italia al quale seguiranno una serie di Report tematici – su argomenti di interesse in Sanità Pubblica, con taglio sia epidemiologico che valutativo-economico sugli aspetti di efficacia, costo-efficacia, impatto sulle risorse a disposizione e fattibilità organizzativa – che andranno poi a costituire un Atlante sullo stato dell’arte della prevenzione in Italia. Ecco la fotografia dell’Italia dei vaccini Entrando più in dettaglio, la situazione che emerge dai temi trattati nel Report “Prevenzione Vaccinale” rileva: una diversa applicazione a livello regionale delle direttive nazionali con conseguente disomogeneità sul territorio riguardo l’offerta vaccinale; la necessità di riorganizzare i servizi e di migliorare la qualità delle informazioni e della comunicazione per consentire il passaggio d a un regime di obbligatorietà a un regime di raccomandazione al fine di allinearsi alle politiche sanitarie di altri Paesi come per esempio Germania, Spagna e Regno Unito; la riduzione dei casi della maggior parte delle malattie prevenibili con le vaccinazioni, e soggette a notifica (solo a titolo di esempio, nell’arco temporale 2000-2010, l’Epatite B ha registrato un calo di -81,54%, il Morbillo -73,37%, la Rosolia -98,20%), e il rilevante valore economico-etico-sociale delle stesse.La revisione della normativa nazionale vigente ha evidenziato che, nonostante l’esistenza del Piano nazionale di prevenzione vaccinale (Pnpv) 2012-2014 – documento di riferimento e di guida attualmente in vigore in tema di diritto alla prevenzione di malattie per le quali esistono vaccini efficaci e sicuri – e l’inclusione dal 2001 delle vaccinazioni nei Lea, l’offerta vaccinale sull’intero territorio risulta estremamente eterogenea. Un esempio? L’offerta da parte dei servizi vaccinali, introdotta nel 2 007, della vaccinazione anti-Human Papilloma Virus (HPV) alle ragazze nel 12° anno di vita, sia per le differenze temporali di avvio dell’offerta gratuita nelle singole Regioni/Province Autonome, sia per il limite massimo di età oltre il quale la gratuità non è più prevista.E ancora, altro esempio di disomogeneità territoriale è rappresentato, relativamente all’obbligatorietà delle vaccinazioni, dalla Regione Veneto che dal 2007 ha sospeso l’obbligo per tutti i nuovi nati a partire dal 1 gennaio 2008 e introdotto un sistema di monitoraggio semestrale al fine di verificare ed evidenziare, in tempi molto brevi, eventuali effetti sfavorevoli del provvedimento adottato, mantenendo inalterato il sistema di offerta gratuita da parte dei servizi vaccinali. “L’obbligatorietà vaccinale è un tema molto discusso ha affermato Maria Luisa Di Pietro, docente presso l’Istituto di sanità Pubblica dell’Università cattolica di Roma e co-autrice del Report e, se in passat o poteva essere giustificata dallo status sociale e culturale che caratterizzava il nostro Paese, oggi l’attenzione dovrebbe essere spostata verso il dovere morale del cittadino e, più in particolare, dei genitori se riferito alle vaccinazioni per l’infanzia. All’interno di questo percorso di passaggio diventa fondamentale la qualità dell’informazione basata sulle migliori evidenze scientifiche disponibili, le modalità comunicative e la formazione degli operatori sanitari poiché sia le conoscenze scientifiche che le capacità comunicative e operative di esecuzione e di coordinamento sono basilari per giungere all’obiettivo cui tendono le vaccinazioni”. Insomma, la prevenzione vaccinale, aggiunge Di Pietro, ha un ruolo altamente sociale “poiché le vaccinazioni non sono fine a loro stesse ma, attraverso il meccanismo di herd immunity (immunità di gruppo), perseguono il duplice obiettivo di salvaguardia di chi vi si sottopone e di tutela della restante popolazione”. Differen ze emergo=no anche nell’applicazione delle indicazioni del calendario vaccinale, presente nel Piano nazionale prevenzione vaccinale (Pnpv): ogni singola Regione può attuare adeguamenti e/o modifiche tramite provvedimenti normativi. A tal proposito, alcune Società scientifiche e Federazioni accreditate hanno elaborato il Calendario Vaccinale per la Vita, la cui ultima edizione del 2014 amplia l’offerta vaccinale rispetto a quanto riportato nel PNPV, e che viene spesso utilizzato a riferimento delle modifiche normative proposte. Un esempio è l’inclusione del sesso maschile nei programmi vaccinali contro l’HPV da parte di alcune Regioni (Puglia, Veneto, Sicilia, Friuli Venezia Giulia e Liguria). I dati. L’analisi dei dati di notifica relativi ad alcune malattie prevenibili con la vaccinazione ha evidenziato che, per quanto riguarda le malattie per le quali in Italia esiste l’obbligo vaccinale, i casi registrati sono pari a 0 per la Poliomielite e la Difterite e pari a 57 per il Tetano (2011), mentre per l’Epatite B, resa obbligatoria molto più tardi (2001), si registra una netta contrazione di casi stessi negli anni osservati (da 1.528 casi nel 2000 a 282 casi nel 2010, ossia -81,54%). Relativamente a tali patologie si registrano anche, a livello nazionale, valori di copertura ottimali in linea con l’obiettivo minimo stabilito nel vigente PNPV (almeno il 95% entro i 2 anni di età). I dati di notifica di Morbillo, Rosolia e Parotite, per le quali la vaccinazione risulta raccomandata (vaccino combinato), mostrano diminuzioni molto consistenti (Morbillo: da 1.457 casi nel 2000 a 388 casi nel 2010 ossia -73,37%; Parotite: da 37.669 casi nel 2000 a 534 casi nel 2010 ossia -98,58%; Rosolia: da 2.605 casi nel 2000 a 47 casi nel 2010 ossia -98,20%). Nonostante la riduzione dei casi, però, la relativa copertura vaccinale non raggiunge ancora il valore ottimale (raggiungimento e mantenimento nel tempo di almeno il 95%) previsto dal Piano Nazionale per l’ Eliminazione del Morbillo e della Rosolia congenita in vigore, ma anzi, dal confronto dei dati del 2013 con l’anno precedente, si osserva addirittura un decremento (-2,11%). Oltre alle vaccinazioni “tradizionalmente” raccomandate, nel Pnpv è stata ampliata l’offerta vaccinale in tutto il Paese di nuovi vaccini che hanno dimostrato elevata efficacia nel prevenire alcune malattie infettive con grave decorso clinico (per esempio, infezioni invasive da meningococco) o malattie che, pur decorrendo nella maggior parte dei casi senza complicanze, hanno un’elevata incidenza (Varicella). Nel dettaglio, relativamente a queste malattie, il numero di casi notificati di infezioni da meningococco risultano in diminuzione, considerando l’arco temporale 2000-2010 (da 189 casi nel 2000 a 54 casi nel 2010 ossia -72,16%).Analoga situazione di decremento si riscontra anche per la Varicella (da 95.174 casi nel 2000 a 40.154 casi nel 2010 ossia -57,81%).Relativamente alle rispettive coperture vac cinali per il meningococco, rientrando tra le vaccinazioni di recente raccomandazione, a oggi non è stata effettuata a livello nazionale la raccolta routinaria dei dati, ma sono stati eseguiti solo studi ad hoc che comunque evidenziano un incremento della copertura nel tempo (2007-2012). Per la Varicella, invece, non si hanno ancora dati poiché il PNPV raccomanda tale pratica per i nuovi nati a partire dal 2015. Per quanto riguarda la vaccinazione antinfluenzale offerta gratuitamente ai gruppi di popolazione considerati a rischio, in particolare agli anziani (65 anni e oltre), il PNPV stabilisce per gli ultra 65enni il 75% come obiettivo minimo perseguibile e il 95% come obiettivo ottimale. In Italia, purtroppo, con le percentuali di copertura vaccinale attualmente conseguite, l’obiettivo minimo resta ancora lontano dall’essere raggiunto. Infatti, nella stagione 2013-2014, la copertura vaccinale degli anziani risulta a livello nazionale pari a 55,4% e, considerando l’arco temporal e 2002-2003/2013-2014, si è osservata addirittura una diminuzione dell’8,1%. Nella stagione 2014-2015 la copertura vaccinale negli ultra 65enni risulta pari al 49%, registrando quindi una ulteriore riduzione (dati disponibili, ma non presenti nel Report). Inoltre, tra le vaccinazioni consigliate per alcune categorie a rischio, tra cui il vaccino anti-rotavirus (neonati e bambini di età inferiori ai 5 anni), immesso in commercio in Europa e negli USA nel 2006, anche se la comunità scientifica è d’accordo nel raccomandare il suo utilizzo all’interno dei programmi nazionali di immunizzazione, il nostro Ministero della Salute non ha, a oggi, ancora inserito tale raccomandazione nel PNPV. Con la vaccinazioni si risparmia. “L’uso appropriato di vaccini ha spiegato Alessandro Solipaca, Segretario scientifico di Osservasalute e Co-autore del Report Prevenzione vaccinale determina la riduzione dei costi gl obali per la gestione delle patologie che gli stessi prevengono (dalle patologie infettive vere e proprie alle evoluzioni delle stesse nel tempo fino ad alcune patologie tumorali correlate), per cui, fondamentale, è l’allocazione delle risorse nel predisporre interventi preventivi finalizzati a evitare l’evento malattia e il ricorso al Ssn per finalità di cura”. I benefici dei programmi di immunizzazione assumono una valenza differente che dipende dall’età dei soggetti. Nel caso dei bambini si parla di lungo termine poiché la non immunizzazione in età infantile, oltre a determinare una minore probabilità di sopravvivenza e impattare sullo sviluppo psico-fisico, incide anche in termini di mancato o incompleto accesso al sistema istruzione e sulle capacità produttive in età adulta in caso di disabilità.Per la popolazione in età adolescenziale, invece, i programmi di richiamo e di recupero dell’immunizzazione rappresentano un investimento a medio-lungo termine poich E9 hanno una funzione protettiva su patologie disabilitanti che possono impattare sul loro sviluppo prima dell’età adulta, condizionando le future capacità produttive.Infine, se si considera la fascia di popolazione adulta l’investimento derivante dai programmi di immunizzazione è a breve termine, generando in tempi rapidi un guadagno di salute che si riflette in un incremento della produttività. Anche per la popolazione anziana i programmi di immunizzazione sono un investimento a breve termine che consentono di diminuire il rischio di sviluppo di malattie infettive, che nei soggetti anziani causano un acceleramento del declino complessivo fino al decesso. Alcune analisi di scenario, descritte nel Report, evidenziano come, nel caso dell’Epatite B, tenendo conto dei dati di incidenza, cronicizzazione e letalità, tra il 1991-2010 si stima siano stati per esempio evitati alcune centinaia di casi di epatocarcinoma.Relativamente all’influenza, invece, si stima che l’assenza di un a strategia vaccinale genererebbe più di 2 milioni di casi, con circa 30.000 decessi, mentre la somministrazione del vaccino ridurrebbe i casi a 1,5 milioni. Nel nostro Paese inoltre, la durata media dell’assenza dal lavoro per sindrome influenzale è di circa 4,8 giorni ed è stato calcolato che ogni caso di influenza costa, complessivamente, 330 . “Oggi le vaccinazioni sono a un punto di svolta ha aggiunto Walter Ricciardi, Direttore di Osservasalute la pratica vaccinale è l’intervento di Sanità Pubblica più efficace al mondo, dopo l’acqua pulita, per promuovere la buona salute e salvare vite umane. È per tale motivo che risulta fondamentale l’unione di tutta la comunità scientifica per diffonderne il valore grazie, anche, al supporto di strumenti evidence-based. Proprio quest’ultima è la motivazione che ha portato alla stesura del Rapporto Prevenzione Vaccinale. La sfida più import ante è oggi quella di far capire alla popolazione, e in particolare modo a coloro che decidono, più o meno consapevolmente, di non proteggersi con una tecnologia sempre più sicura ed efficace nel tempo, quale sia il valore sociale, etico, economico e soprattutto sanitario delle vaccinazioni stesse”.”Ci sono evidenti responsabilità politiche degli amministratori locali per le differenze registrate sul territorio nazionale ha affermato Walter Ricciardi – . Lo Stato centrale la sua parte la fa. C’è un piano vaccinale in cui d’accordo con il Mef il Piano è stato finanziato come fosse un super Lea. Ci sono differenze pazzesche. Per non parlare di regioni come la Sicilia dov’è diminuita la quota di prevenzione. Questo è un argomento prioritario su cui intervenire”.Rispetto al futuro dei vaccini Ricciardi ha poi “specificato come soltanto nel prossimo decennio, ne arriveranno circa 30. I vaccini potr ebbero es=sere una specie di antibiotico del futuro, visto che l’industria non ha più investito negli antibiotici perché non aveva certezza nel ritorno sugli investimenti”. Ma per farlo “occorre vincere resistenza e di diffidenza che fanno solo danni, l’industria potrebbe cominciare a disinvestire come di fatto sta facendo. I vaccini per l’infanzia, per fare un esempio, nel mondo vengono prodotti da due aziende. Oppure addirittura il vaccino contro la febbre gialla, una malattia che ogni anno miete migliaia di vittime in Africa e in Asia, oggi è prodotto da una sola azienda. Per questo serve un’alleanza veramente per evitare” la fuga. L’auspicio per Ricciardi è che, affinché i vaccini abbiano un futuro importante, tutti gli attori’ coinvolti siano in grado di assumersi le responsabilità legate al proprio ruolo. In questo scenario il governo centrale dovrà promuovere una programmazione omogenea su tutto il territorio nazionale e finanziare adeguatamente i v accini di provata sicurezza e costo-efficacia; i governi regionali avranno il compito di recepire ed implementare i piani vaccinali in modo omogeneo nel Paese; i professionisti sanitari dovranno aggiornare costantemente le proprie conoscenze e basare le decisioni riguardanti la propria salute e quella dei pazienti sull’evidenza scientifica e l’etica della responsabilità, informando adeguatamente la popolazione; i cittadini, da ultimi ma certamente importanti al pari di tutti gli altri, avranno il compito di informarsi attivamente sulle opportunità offerte dalla medicina e dalla ricerca scientifica per migliorare la propria salute scegliendo liberamente e responsabilmente”.

Clima: da surriscaldamento 1 mld danni da nuove malattie

Da Alternativasostenibile.it [vai all’articolo]

Non solo nuovi problemi per la salute umana, ma ammontano a circa un miliardo di euro i danni alle coltivazioni Made in Italy provocati dall’invasioni di parassiti “alieni” provenienti da altri continenti che a causa dell’intensificarsi degli scambi commerciali sono arrivati in Italia dove hanno trovato un habitat favorevole a causa dei cambiamenti climatici, dalla Drosophila suzukii alla Aetina Tumida, dalla Tristeza alla Xylella.

È quanto emerge da uno studio della Coldiretti in occasione degli Stati Generali sui cambiamenti climatici e sulla difesa del territorio ai quali interviene il presidente Roberto Moncalvo. Sotto attacco – sottolinea la Coldiretti – ci sono tutte le principali coltivazioni del Made in Italy dall’olivo al castagno, dal pomodoro agli agrumi, dalla frutta al miele che hanno subito pesanti ridimensionamenti produttivi. “Un positivo passo in avanti è arrivato dal via libera della camera al Decreto Legge Agricoltura che il provvedimento fa rientrare alcune fitopatie tra gli eventi per i quali può essere dichiarato lo stato di calamità ai sensi delle norme sul fondo di solidarietà nazionale con misure di sostegno in favore degli imprenditori agricoli colpiti”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare però “l’importanza di agire nella prevenzione con la ricerca e il contrasto ai cambiamenti climatici promuovendo modelli di produzione consumo più sostenibili”.

Se la Xylella fastidiosa che sta facendo strage di ulivi nel Salento è proveniente dal Costa Rica, le castagne hanno invece già pagato un conto salatissimo con la produzione che è scesa al minimo storico pari ad appena 1/3 di quella di 10 anni fa per colpa – precisa la Coldiretti – del cinipide galligeno del castagno, il Dryocosmus kuriphilus, proveniente dalla Cina che provoca nella pianta la formazione di galle, cioè ingrossamenti delle gemme di varie forme e dimensioni contro il quale è stata avviata una capillare guerra biologica attraverso lo sviluppo e accurata diffusione dell’insetto Torymus sinensis, che è un antagonista naturale, anche se ci vorrà molto tempo per ottenere un adeguato contenimento. La produzione Made in Italy di miele di acacia, castagno, di agrumi e mille fiori – sostiene la Coldiretti – è quasi dimezzata nel 2014 anche per l’arrivo in Italia dell’insetto killer delle api che mangia il miele, il polline e, soprattutto la covata annientando la popolazione di api o costringendola ad abbandonare l’alveare. Si tratta del coleottero Aethina Tumida della famiglia dei Nititulidi che aveva già invaso il Nord America alla fine degli anni ’90 provocando ingenti danni, diretti ed indiretti, poiché a seguito del venir meno delle api sul territorio, si prevedono conseguenze anche per gli agricoltori per la carenza d’impollinazione delle colture agrarie. E se gli agrumi della Sicilia sono stati gravemente attaccati dalla Tristeza (Citrus Tristeza Virus) che ha indebolito oltre il 30 per cento delle coltivazioni, centinaia di migliaia di piante di kiwi del Lazio e Piemonte sono state letteralmente sterminate dalla batteriosi del kiwi (Pseudomonas syringae pv. Actinidiae), mentre melo e pero in Emilia- continua la Coldiretti – sono stati colpiti dal colpo di fuoco batterico (Erwinia amylovora). Ma c’è anche il punteruolo rosso Rhynchophorus ferrugineus originario dell’Asia che ha fatto strage di decine di migliaia di palme dopo essere comparso in Italia per la prima volta nel 2004 e da allora si è dimostrato un vero flagello che ha interessato il verde pubblico e privato in Sicilia, Campania, Calabria, Lazio, Liguria, Abruzzo e Molise.E danni incalcolabili sta anche facendo la Drosophila Suzukii il moscerino killer molto difficile da sconfiggere che ha attaccato ciliegie, mirtilli e uva soprattutto in Veneto.

Siamo di fronte – sostiene la Coldiretti – ai drammatici effetti de i cambiamenti climatici che si manifestano con una tendenza al surriscaldamento che si è accentuata negli ultima anni ma anche con il moltiplicarsi di eventi estremi, sfasamenti stagionali e precipitazioni brevi ed anche l’aumento dell’incidenza di infezioni fungine e dello sviluppo di insetti che colpiscono l’agricoltura. La conferma della tendenza al surriscaldamento anche in Italia viene dal fatto che i 10 anni più caldi dal 1880 ad oggi, ben nove sono successivi al 2000. Dopo il 2014 che è stato l’anno piu’ caldo da quando ono iniziati i rilevamenti – conclude la Coldiretti – c’è il 2003 (+1.37°C), 2007 (+1.33), 2012 (+1.31), 2001 (+1.29), poi il 1994 (+1.11), 2009 (+1.01), 2011 (+0.98), 2000 (+0.92), 2008 (+0.89) secondo l’Isac Cnr.

Tommaso Tautonico

Parola di scienziato al Cnr di Potenza

Da La Gazzetta di Basilicata del 18 giugno 2015

Parola di scienziato: Marco Ferrazzoli al Cnr di Potenza

La conoscenza non è più considerata un valore intangibile e la parola dell’intellettuale, dello scienziato, di chi ha studiato e acquisito competenze tende a sfumare in una mera opinione. Anzi: in un parere. Uno dei tanti… “Possibile che la posizione di chi ha studiato un argomento quindici ani, come me, valga quanto quella di chi ha letto un paio di cose su Internet?”, lamentava accorato un ricercatore davanti alla Camera dei Deputati, durante la manifestazione. Non c’è futuro senza ricerca a favore della sperimentazione animale. Una lamentela dalle implicazioni non banali, però: “come si può correggere un sistema multimediale che in qualche modo interpreta l’irrinunciabile principio democratico secondo cui una testa vale un voto e quindi, nelle scelte che coinvolgono la collettività, la quantità conta più della competenza?”.
Parole di Marco Ferrazzoli nell’introduzione al saggio Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione, che sarà presentato nel pomeriggio alle ore 16.30 presso la Sala Convegni dell’Area della Ricerca del Cnr di Potenza a Tito Scalo. Un libro a cura dello stesso Marco Ferrazzoli (Capo Ufficio Stampa del Cnr e giornalista) e di Francesca Dragotto (Ricercatore nel settore Glottologia e Linguistica presso l’Università di Roma Tor Vergata).

Scienza e tecnologia alla sbarra

Al Cnr Ferrazzoli e Tozzi l’un contro l’altro, armati

Da B in Rome del 7 giugno 2015 [vai all’articolo]

Per chi ama le dispute intellettuali l’appuntamento è succulento. Un vero e proprio “processo”, con tanto di giuria, che va in scena l’8 giugno al Consiglio Nazionale delle Ricerche (Aula Marconi, piazzale Aldo Moro 7, Roma). “Scienza e tecnologia alla sbarra”, il titolo dell’incontro che vede contrapposti da un lato il capo ufficio stampa del Cnr Marco Ferrazzoli, docente di teoria e tecnica della divulgazione della conoscenza a Tor Vergata, dall’Mario Tozzi, che del Cnr è ricercatore, ma è noto al grande pubblico soprattutto come divulgatore televisivo. Ferrazzoli ha curato “Parola di scienziato. La conoscenza Ridotta a opinione” (Universitalia). Tozzi è autore di “Tecnobarrocco. Tecnologie inutili e altri disastri” (Einaudi). A confronto, dunque, uno scienziato scettico è un divulgatore critico. Ciascuno dei contendenti può contare, come in ogni processo che si rispetti, su un difensore. Giorgio Pacifici del Tg2 per Ferrazzoli. Antonio Cianciullo di La Repubblica per Tozzi. Giuria popolare, come si è detto, ma anche un magistrato che guiderà il processo: la giornalista Rossella Panarese, con l’addio compito di placare gli animi. Tozzi accusa: “La tecnologia barocca distrugge la bellezza è cronicizza i problemi”. Ferrazzoli replica: “Ormai la competenza dello scienziato è ridotta a un parere come tanti”. Lo scontro si annuncia coinvolgente.